FED dovish: c’è lo zampino di Trump?

Non solo uno stop ma addirittura un possibile taglio sui tassi. Più di così la FED non avrebbe potuto essere più dovish.

Federal Reserve  colomba

Ieri sera alle 20.30 (ora italiana) il governatore della banca centrale Usa, Jerome Powell ha dato il via alla prima di una nuova serie di conferenze stampa che, da qui e per tutto il 2019, accompagneranno gli incontri della FED. ma la vera novità, come molti aspettavano, non è stata nei numeri, bensì nelle parole.

I tassi di interesse, infatti, sono stati confermati nel range che va dal 2,25% al 2,5%.

La dichiarazione di pace

In altre parole sullo stesso livello del dicembre 2018 dopo il nono aumento (4 solo nel 2018) da quando la exit strategy fu inaugurata da Janet Yellen nell’ormai lontano 2015. Ciò che invece ha stupito i mercati e ha fatto brindare Wall Street, sono state le prospettive per il futuro.

“Alla luce degli sviluppi economici e finanziari globali e delle pressioni sull’inflazione la commissione sarà paziente nel determinare i tempi e la necessità di ulteriori aumenti”.

Gli Usa stanno bene ma il resto del mondo un po’ meno

In sintesi Powell ha sottolineato lo stato di salute dell’economia Usa, uno stato ancora molto buono. Fondamentali sani e previsioni buone anche per l’immediato. Solo, all’orizzonte, una flessione sulla crescita. Un rallentamento che continuerà a permettere a Washington di crescere, ma non come prima. Risultato: pazienza sui prossimi rialzi dei tassi di interesse. Ma soprattutto nessuna porta lasciata chiusa. Nemmeno quella del possibile ritorno ai tagli sul costo del denaro. Immediata la reazione del settore. Prima di tutto il rialzo dei listini a stelle e strisce. L’S&P 500 ha chiuso a +1,55% e il Dow a 1,77%. Chi invece ha brillato su tutti è stato il Nasdaq con un 2,2%. In realtà l’indice tecnologico è stato aiutato anche dai report delle grandi multinazionali che, come Facebook e Microsoft, hanno riportato risultati interessanti.

Un regalo della FED  a Trump

Un dietro front sul quale gravano non pochi sospetti. Infatti nelle dichiarazioni del 3 ottobre, il presidente Powell aveva dichiarato che la banca centrale era molto lontana dall’adottare un tasso di crescita neutrale. E ancora. Solo a dicembre, lo stesso Powell aveva parlato di due rialzi certi, a loro volta, però già “scontati” rispetto ai tre che tutti si attendevano. Partendo da questi presupposti è difficile non vedere nel cambio di rotta del governatore una pressione della Casa Bianca. E’ noto, infatti, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sempre criticato le strategie di normalizzazione dell’istituto guidato da Powell.

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