Ex Ilva e quadro politico: gli ultimi avvenimenti

A proposito di ex Ilva e quadro politico, abbiamo più volte parlato dei fattori che non incentivano certo gli investimenti verso l’Italia.

Anzi, spesso fanno desistere dai migliori propositi.

Problemi legali, incertezza del diritto, altrettanta incertezza dal quadro politico, ci consegnano troppo spesso l’immagine di un’Italia che non offre quella sicurezza, che dovrebbe invece consentire ad imprenditori ed investitori di operare con serenità.

Ex Ilva e quadro politico

Tale situazione di insicurezza si riverbera a partire dall’Ex Ilva di Taranto.

Le ultime notizie si riferiscono ad una denuncia penale, inoltrata a cura dei commissari.

E questa circostanza ci rivela molto di come si preferisca affrontare le questioni in Italia.

Invece di affrontare le cose sul piano industriale, si ricorre a misure giudiziarie, che lasciano aperti molti dubbi.

Siamo davvero in presenza di reati? E quali?

Ed intanto che la magistratura decide, cosa ne è dei lavoratori non solo dell’ex Ilva, ma anche dell’indotto?

Come nostra consuetudine, vediamo come stanno le cose.

Analisi dello scenario politico ed ex Ilva

La denuncia si riferisce all’art. 499 del codice penale, il quale parla di danno provocato all’economia nazionale, distruggendo gli impianti.

Ovviamente, spetta alla magistratura interpretare ed applicare le norme di legge, ma è lecito farsi almeno un’idea di come stiano le cose.

Intanto pare evidente che non qualsiasi danno all’economia nazionale, possa costituire un reato.

Diversamente, qualsiasi impresa che non riesca a rispettare determinati parametri darebbe luogo a reati, visto che un’azienda che va male è comunque un dannoper ò’economia.

Evidentemente si parla di distruzione degli impianti, e i commissari sostengono che lo spegnimento equivalga a loro distruzione. Il che evidentemente non è.

Stanno proprio così le cose?

Solo nel caso non si osservino determinate tutele tecniche, potrebbero verificarsi dei danni, e lo spegnimento semmai potrebbe comportare determinate tempistiche e ritardi per una loro successiva riattivazione, ma certo non equivale a distruzione, che invece implica che quegli impianti non potranno più essere utilizzati e semmai dovrebbero poi essere sostituiti con altri.

Anche perché, così non fosse, allora sarebbe distruzione qualsiasi disattivazione di impianti, compresa quella dell’altoforno, disposta dalla magistratura.

Eppure non possiamo certo affermare che la magistratura distrugga un impianto, ordinandone lo spegnimento.

Queste riflessioni, tanto per evidenziare quanto siano assurde certe interpretazioni giuridiche.

Verso l’ennesimo processo archiviato?

Si va quindi incontro all’ennesimo processo che probabilmente si chiuderà con un’archiviazione per infondatezza della notizia di reato.

Non certo una bella immagine per il paese.

Soprattutto considerando poi che ArcelorMittal potrebbe invocare la scriminante di cui all’articolo 51 del codice penale, cioè l’esercizio di un dovere-diritto, quello di astenersi da attività che se proseguite potrebbero dar luogo a responsabilità penali, visto che al momento lo scudo legale non è operativo.

Ed occorre considerare che una scriminante opera anche solo a livello putativo, cioè anche se non effettivamente esistente, ma solo creduta sussistere, qualora vi siano ragionevoli motivi per ritenerla sussistere nel caso concreto.

Siamo probabilmente in presenza dell’ennesimo caso di gestione all’italiana, tale per cui, non avendo, i diretti interessati, il governo ed i commissari, modo di risolvere le cose, demandano tutto alla magistratura, come se questa dovesse trarre d’impiccio chi quei problemi non sa risolvere.

Tanto più che uno dei fondamenti dello stato di diritto si ritrova nell’articolo 1 del codice penale, in base al quale nessuno può essere condannato per fatti, che non siano espressamente previsti come reati.

La mancanza nei fatti del reato

E qui, di espressamente previsto come reato, non risulta esserci qualcosa, se non nella fantasiosa ricostruzione dell’atto di denuncia.

Il fatto, diciamolo chiaramente, è che certe crisi economiche, peraltro di rilevanza europea, non possono certo essere affrontate con gli angusti mezzi rispettosi degli attuali trattati UE.

Andrebbe ripensata l’architettura complessiva di quei trattati, tale da consentire, in una auspicabile riforma, interventi financo a livello europeo, ed improntati ai concetti della teoria monetaria moderna.

Ma tant’è. Sinora se ne è solo accennato e tutto tace, dal punto di vista dei fatti concreti.

Anzi, a quanto pare la commissione europea neppure riesce ad insediarsi, visti i problemi ancora vigenti per la sua compagine.

Peccato che anche da tali fatti non si tragga un minimo di sana autocritica.

Scenari politici

Complice anche il carico di problemi supplementari che l’ex Ilva sta creando, a fronte dei quali una mancanza di soluzioni concrete per i dipendenti e per l’indotto getterebbe molto discredito sui partiti di maggioranza (ma temo che oramai il punto di non ritorno sia già stato oltrepassato), il quadro politico si sta sempre più sfilacciando.

Renzi, dopo aver consentito la formazione di un esecutivo in funzione anti IVA, si è comunque dichiarato insoddisfatto della manovra complessiva.

Non in grado, a suo dire, di consentire un effettivo rilancio economico, tanto da aver prospettato un piano alternativo di investimenti, le cui coperture già ci sarebbero.

Basterebbe liberarle dai vincoli burocratici che le trattengono.

E, al pari di Renzi, anche altri leaders politici in questo periodo stanno evidenziando posizioni di disappunto e di possibile disimpegno.

Non è quindi escluso che il quadro si sfilacci definitivamente e che si vada a votare, dopo alcuni mesi di un esecutivo che, per ammissione dello stesso Conte, non ha soluzioni per un problema come l’ex Ilva.

I distinguo sulle misure della finanziaria arricchiscono lo scenario delle divergenze politiche in seno alla maggioranza.

Probabile prova del nove le prossime elezioni regionali.

Una ulteriore sconfitta dei partiti di maggioranza, probabilmente porterà anche ad una caduta del governo.

Intanto i dipendenti non solo dell’ex Ilva, ma anche dell’indotto, non hanno torto, quando affermano di non poter avere molta fiducia che la crisi si risolva, se non in tempi veloci, quanto meno ragionevoli.

E certo, anche dalle vicende giudiziarie difficilmente uscirà un qualche esito, che possa effettivamente risolvere la crisi.

Ma ne deriva anche un danno d’immagine su affidabilità, certezza del diritto, capacità di risoluzione dei problemi, che il nostro paese non sa offrire.

A detrimento delle capacità di attrattiva che una moderna potenza industriale dovrebbe invece possedere.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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