Esiste davvero un debito buono ed uno cattivo, come ha detto recentemente Draghi?

Esiste davvero un debito buono ed uno cattivo, come ha detto recentemente Draghi? L’UE impone a tutti gli stati membri, come l’Italia, di non indebitarsi troppo. Lo Stato si indebita tutte le volte in cui chiede soldi in prestito. E lo fa emettendo i famosi titoli di Stato. Aderendo all’Europa ci siamo impegnati a contenere il nostro disavanzo e il debito pubblico entro determinati limiti. Il disavanzo di uno stato membro non può superare il 3% del suo PIL. Mentre il suo debito non può eccedere il 60%. Chi supera questi limiti subisce una procedura di infrazione. Che porta a sanzioni. Sanzioni che, neanche a dirlo, le pagano i cittadini sotto forma di tasse.

In situazioni di emergenza però è diverso. Sappiamo che l’UE consente e ha consentito agli Stati di superare questi limiti. Uno di questi casi è proprio l’emergenza post Covid-19. Ma chi ripagherà l’enorme debito pubblico che si sta accumulando per uscire dalla pandemia? Ovviamente i giovani, ha detto Mario Draghi nel suo recente intervento al Meeting di Rimini. Le scelte di oggi ricadono tutte sulle loro spalle. E allora perché pagano sempre i giovani? Perché prima o poi questo debito andrà risanato. Sempre sotto forma di tasse o di tagli allo stato sociale. Per questo i soldi a disposizione vanno spesi bene. Che siano quelli del governo o del Next Generation EU (il Recovery Fund).

Esiste davvero un debito buono ed uno cattivo, come ha detto recentemente Draghi?

Ma ci sono due diversi modi farlo. Uno col debito cattivo e uno col debito buono. Il debito cattivo è il sostegno che non genera altro reddito. E che si immobilizza. Il debito buono invece è quello che crea ricchezza. Draghi ha voluto dire una cosa precisa. Che se pure i sussidi alla popolazione sono ineliminabili in momenti come questi, essi sono solo un aiuto parziale e provvisorio alle categorie più in difficoltà. La vera ricchezza di una nazione si realizza non nel breve. Ma nel medio-lungo periodo. Con interventi strutturali che trainano l’economia.

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Keynes faceva un esempio molto semplice per capire il debito buono. Immaginiamo che lo Stato paghi degli operai per scavare delle buche nel terreno e poi ricoprirle. Apparentemente si tratta di un’opera priva di utilità. Ma questi operai possono mettere in moto un’economia nazionale. Essi dovranno innanzitutto trasferirsi nel luogo del cantiere. Quindi dovranno affittare case o comprarle. E così metteranno in moto la leva del mercato immobiliare. Poi dovranno fare delle spese. Quindi attorno al cantiere nasceranno supermercati e negozi di tutti i tipi. E poi avranno degli stipendi. Che vorranno spendere anche in intrattenimento. E così via. Per ognuno di questi trasferimenti di denaro lo Stato prende la sua parte. Con le imposte indirette.

Cosa ha sottolineato Draghi

L’esempio delle buche e solo un’iperbole. Ma immaginate come un’infrastruttura come un autostrada può rilanciare l’economia di un intero Paese. Draghi ha solo sottolineato che c’è una profonda differenza tra il debito buono, come quello sopra, e il debito cattivo. Solo a prima vista sono uguali. Ma hanno conseguenze ben diverse.

In estrema sintesi, il debito cattivo è quello che vi toglie soldi dalle tasche. Il debito buono è quello che alla fine ve ne da di più di quelli avuti in prestito. Gli imprenditori di successo conoscono bene il concetto. E cercano di fare sempre debito buono. Quello che li aiuta a costruire un beneficio economico futuro. Che ha un valore notevolmente più grande di quello del finanziamento ottenuto. E degli interessi da pagare per restituirlo. Il debito buono aumenta l’espansione, le possibilità di sviluppo. Si pensi a un incremento della spesa per investimenti nella sanità o nell’ambiente. Che produrrà vantaggi durevoli in termini di salute.

Tendenzialmente gli investimenti di ricerca, innovazione, istruzione, formazione e sviluppo sono debito buono. Perché accrescono il capitale umano e le infrastrutture produttive. Il monito di Draghi è rivolto contro l’assistenzialismo. E la logica dei bonus. Che possono servire sì per tamponare l’emergenza. Ma non certo per favorire la ripresa e l’uscita dalla crisi.

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