Eni, ancora sotto i riflettori dopo l’attacco ad Aramco

Eni continua salire a Piazza Affari.

L’apertura della Borsa di lunedì ha visto il prezzo del petrolio in rialzo di oltre 12 dollari per barile, fino a toccare i 72 dollari, il rialzo giornaliero più alto dal 1988. Il prezzo al barile si è assestato intorno ai 68 dollari, subito sopra al supporto situato a quota 66,5.

Le tensioni tra Arabia Saudita e Iran sembravano essere ormai ai titoli di coda agli occhi degli investitori.

Infatti, la partenza del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sembrava un’ulteriore prova della riduzione del rischio geopolitico. Oggi invece la sensazione è che potrebbero seguire a questo altri attacchi, provocando altre fluttuazioni nei mercati, non solo del greggio e dei suoi derivati.

L’America si fa carico dei problemi

Nel frattempo il tycoon Donald Trump ha dichiarato attraverso alcuni tweet che se necessario, per mantenere i mercati ben forniti, autorizzerà il rilascio della Strategic Petroleum Reserve.

L’SPR,  è la riserva di greggio più grande al mondo per un totale di 630 milioni di barili.

Nonostante ciò gli esperti dubitano che gli Stati Uniti ce la faranno a livellare l’aumento dei prezzi in maniera efficace, in particolare nel breve periodo.

Ma chi guadagna da questa situazione? Chi potrebbe soffrirne? Eni

Tra le società che ci guadagnano c’è sicuramente  ENI (MIL:ENI)  il cui fatturato dipende direttamente dal prezzo del greggio. Secondo Equita per ogni aumento di 1 dollaro del valore del Brent si hanno 170 milioni di utile in più, ovvero il 4% previsto per l’intero 2019. Per il prossimo mese questa situazione geopolitica dovrebbe portare ad un aumento del prezzo del petrolio, di conseguenza un aumento di ENI. La situazione attuale invece è potenzialmente molto dannosa per SARAS, che potrebbe soffrire dell’elevato prezzo del greggio nel lungo periodo.

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