È possibile ottenere il congedo mestruale da parte del datore di lavoro?

Da ormai molti anni il tema relativo alla salute della persona in relazione al proprio lavoro è ampiamente dibattuto. E tante sono state le conquiste ottenute su vari fronti.
Quello che ancora oggi però è inspiegabile riguarda il tema del cosiddetto congedo mestruale in Italia.
In alcuni Stati è un argomento non solo superato, ma accettato. Esistono infatti alcune norme che tutelano le lavoratrici, garantendo una serie di giorni di congedo a causa dei dolori mestruali.
Quello che è da condannare consiste nell’atteggiamento di coloro quali negano che questi dolori esistano e che siano addirittura così forti da non permettere alla lavoratrice il corretto espletamento della sua prestazione lavorativa. Purtroppo, a volte, questo atteggiamento proviene da altre donne, magari quelle più fortunate che non hanno particolari sintomi tali da richiedere un permesso.
Ma, ad oggi, è possibile ottenere il congedo mestruale da parte del datore di lavoro?

Il congedo mestruale come proposta di legge

Sull’argomento oggetto del presente articolo si stanno, pian piano, facendo dei passi avanti.
Se, infatti, sino a cinque anni fa l’argomento era un totale tabù, ad oggi la questione relativa alla dismenorrea non è indifferente al Parlamento italiano.

Innanzitutto è bene conoscere il significato della parola dismenorrea. Questo termine si associa ai dolori mestruali, ossia a tutte le conseguenze che l’avvento del ciclo mestruale comporta a livello fisico. Generalmente si tratta di una serie di dolori acuti e sordi relativi alla zona dell’addome, con conseguenti spasmi, cefalea, nausea, crampi. A seconda della persona i sintomi possono variare e a questi, aggiungersene degli altri.

In realtà, già nell’aprile 2016, era stata mossa una proposta di legge relativa alla dismenorrea con degli allegati relativi ai dati di diffusione della stessa. Si contava che più del 50% della popolazione femminile italiana soffra di tale sintomatologia e che proprio a causa di ciò, si determinava un assenteismo fino al 15% sul posto di lavoro.
Sulla base di tali considerazioni, si richiedeva per le lavoratrici dipendenti tre giorni di permesso speciale al mese con contribuzione e indennità totale della retribuzione giornaliera.

Per verificare l’attendibilità e la veridicità del soggetto richiedente, essa sarebbe stata valutata da uno specialista che avrebbe confermato la sussistenza dei sintomi attraverso l’emissione di un certificato di validità annuale.
Infine nella proposta del 27 Aprile 2016, gli ultimi due punti furono dedicati al divieto di comparazione del congedo mestruale ad altre cause di impossibilità per lo svolgimento della prestazione e ai soggetti che potevano richiedere tale permesso speciale.

Dura lex, sed lex

Ad oggi ciò che si conosce riguarda una petizione firmata da più di 10.000 donne per ottenere che questa proposta divenga una vera e propria legge.
Proprio perché viviamo in un paese che cita tra i suoi primi articoli della Costituzione l’equità e l’uguaglianza, è bene valutare la questione.
Poiché sì, le donne hanno ad oggi gli stessi diritti e doveri degli uomini.

Ma siamo differenti per ragioni biologiche e naturali, onde per cui è corretto valutare situazioni uguali in modo uguale e situazioni diverse in modo diverso. Perché non c’è nulla di più iniquo nello stare fermi a guardare e ad accettare che tutto scorra.
Magari, si riuscirà, prima o poi, a raggiungere gli standard del Giappone e di alcune grandi aziende inglesi e americane. E a dire: “Sì, è possibile ottenere il congedo mestruale da parte del datore di lavoro.

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