Dombrovskis ci richiama alla realtà. Ma i Fondi europei sarebbero realmente risolutivi?

Vi ricordate di Valdis Dombrovskis? Per chi non lo ricordasse, è un commissario europeo piuttosto attento al rispetto dei parametri sui conti pubblici, vicepresidente nella commissione della Von der Leyen.

Tuttora il rigido commissario non si è dimenticato delle tradizionali impostazioni, che lo hanno sempre contraddistinto in materia economica.

Proprio nella giornata di ieri, ha detto che si dovrebbe provvedere, entro la primavera 2021, a valutare un ritorno al rispetto dei parametri di bilancio.

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Se vogliamo, Vladis Dombrovskis ci richiama alla realtà.

Proprio perché il debito pubblico continua ad essere tale, anche se temporaneamente non conteggiato.

Dombrovskis ci richiama alla realtà. Ma i fondi europei sarebbero davvero risolutivi?

Certo, in questo periodo non si sono conteggiati certi numeri nel perimetro dei bilanci europei, ma i numeri sono sempre lì.

E ci dicono che il debito/PIL italiano verso fine anno dovrebbe raggiungere il non encomiabile primato del 166 %.

E, quindi, cosa significherebbe tornare anche solo verso il 130 per cento di rapporto debito/PIL, verso cui già l’Italia stava collocandosi prima del coronavirus?

Si stima che il debito pubblico italiano verso fine anno si attesterà attorno ai 2580 miliardi, quindi il PIL dovrebbe attestarsi sui 1554 miliardi.

Ne consegue che un debito/PIL attorno al 130 per cento, comporterebbe un debito pubblico sui 2020 miliardi, a parità di PIL.

Dombrovskis ci richiama alla realtà. Ipotesi uno: servirebbero i fondi europei per ridurre il debito?

Pertanto, per riportare il debito/PIL su una rotta discendente attorno a 2020 miliardi di debito, bisognerebbe ridurlo di circa 560 miliardi.

Con questi numeri, è credibile che i fondi europei servirebbero all’obiettivo?

Nella ipotesi di maggiori concessioni all’Italia, dovremmo ricevere quanto segue: circa 37 miliardi di MES e, a voler essere ottimisti, altri 100 miliardi da restituire, dal recovery fund, che quindi porta il debito aggiuntivo, da restituire all’Europa, a 137 miliardi, cui si aggiungono altri 100 miliardi a fondo perduto.

Per consentire di tornare verso un 130 per cento di debito/PIL, questi 237 miliardi dovrebbero quindi consentire di realizzare entrate pubbliche per 697 miliardi.

Vediamo perché.

Abbiamo detto che, in base ai dati proiettati per fine anno sul debito e sul PIL, dovremmo avere un debito pubblico che a quei livelli dovrebbe essere ridotto di 560 miliardi per tornare verso un rapporto debito/PIL del 130 per cento.

Ma poi a questi miliardi si aggiungerebbero 137 miliardi.

27 di Mes, che rappresenta altro debito, e poi altri 100 miliardi, che rientrano nel debito conseguente all’ipotizzato recovery fund.

Nel calcolo, per semplicità, abbiamo omesso gli interessi.

Abbiamo ipotizzato che altri 100 miliardi ci giungano a fondo perduto.

Pertanto, investendo 237 miliardi di provenienza europea, quanti miliardi di base imponibile dovrebbe generare questa mole di investimenti per conseguire il target di debito/PIL?

Ipotizzando una aliquota fiscale (considerando le diverse tipologie di tassazione), potremmo considerare una aliquota al 40 per cento.

Quindi quei 697 miliardi sarebbero il 40 per cento di 1743 miliardi.

Considerando, quindi, incremento del PIL, e riduzione del debito conseguente alle entrate fiscali, in effetti questo doppio effetto potrebbe condurre verso una complessiva riduzione il rapporto debito/PIL.

Considerando anche l’effetto di crescita del PIL, si potrebbe effettivamente puntare al fatidico parametro del 60 per cento, ma a quali condizioni?

Sì, avete letto bene. Bisognerebbe che 327 miliardi ne ingenerassero 1743.

Facciamo il rapporto inverso e troviamo: 1743/327=5,33.

Sapete cosa significa?

Che praticamente occorrerebbe puntare su un rapporto del moltiplicatore keynesiano pari a 5,33, cose da fantascienza pura.

Insomma, per chi conosce un po’ questi parametri e quali potenzialità di sviluppo abbia la base imponibile del nostro paese, direi che proprio non ci siamo.

Ipotesi due: far crescere il PIL con i fondi europei?

Ma proviamo un’altra ipotesi.

Infatti si potrebbe tentare di far scendere il debito/PIL facendo crescere il denominatore, il PIL.

Torniamo alle proiezioni su debito e PIL verso fine 2020, rispettivamente 2580    e 1554 miliardi.

Il dato di 2580 miliardi di debito va integrato con 137 miliardi di fondi europei da restituire, quindi 2717, e si perverrebbe ad un rapporto di debito/PIL del 130 per cento, se il PIL, invece che a 1554 miliardi, si attestasse quindi attorno a 2090. Quindi 536 miliardi in più rispetto alle stime proiettive.

Avendo a disposizione 237 miliardi, questi quale effetto moltiplicatore dovrebbero avere?

E’ presto detto.

536/237=2,26.

Non consideriamo possibili effetti di riduzione del debito conseguente a maggiori entrate, ipotizzando una compensazione con eventuali effetti di una defiscalizzazione in determinati settori per incentivare la crescita del PIL.

In altri termini, ipotizziamo di puntare tutto sulla crescita del PIL, ed eventuali maggiorazioni di potenziali entrate pubbliche, conseguenti a maggior base imponibile, verrebbero compensate da bonus e fiscalità di vantaggio.

In questo caso, notiamo quindi un moltiplicatore decisamente più abbordabile del moltiplicatore oltre il livello 5, che riguardava l’ipotesi di agire sull’entità del debito. Anche se, in quel caso, considerando effetto combinato di crescita del PIL e della base imponibile e di riduzione del debito, si poteva arrivare ad un rapporto debito/PIL del 60 per cento. Ma, appunto, ipotizzando un moltiplicatore economico irrealistico.

Infatti diciamolo chiaramente. Diversi studi ritengono che un moltiplicatore non andrebbe oltre il livello di 1,4, quindi inidoneo a raggiungere gli obiettivi anche in questa seconda ipotesi di puntare tutto sulla crescita del PIL.

Infatti, applicato ai 237 miliardi, consentirebbe un target attorno ai 332 miliardi.

Per arrivare ai 536 mancherebbero all’appello ancora 299 miliardi.

Ecco perchè Dombrovskis ci richiama alla realtà. Il debito /PIL si attesterebbe dunque attorno al 144 per cento in questa seconda ipotesi di puntare sull’incremento del denominatore.

Notiamo, quindi, che non è poi così facile raggiungere determinati rapporti di Maastricht, sia considerando ipotesi di incremento del PIL, che ipotesi di riduzione del debito conseguente ad una crescita di base imponibile.

Facile forse a dirsi, difficile a farsi.

Con i numeri, e non con astratte teorie, pensiamo di aver quindi dimostrato che l’importanza dei fondi pubblici è probabilmente sopravvalutata.

Pertanto, a maggior ragione, resta invece valida la riforma che abbiamo indicato qui, riforma che, a modesto avviso di chi scrive, prescindendo da qualsiasi ipotesi di moltiplicatore keynesiano, resta unica vera alternativa alla risoluzione dell’endemico problema del debito pubblico, potendo garantire, e diciamo garantire, non rendere solo possibile, o probabile, il completo azzeramento del debito pubblico.

I numeri non sono un’opinione e ho dimostrato sopra che, per far funzionare realmente gli ipotizzati fondi europei verso determinati target di debito/PIL, bisognerebbe che certi parametri relativi al moltiplicatore keynesiano avvicinassero determinate soglie, al momento ritenute inattendibili dalla maggior parte delle analisi di statistica economica.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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