Crisi di Governo tra storia e Costituzione

Ho dedicato alcuni articoli alle previsioni su una possibile crisi di Governo, puntualmente verificatasi, e sui meccanismi istituzionali che la regolano nel nostro ordinamento costituzionale.

Il tema è però articolato e complesso e, anche alla luce della nostra storia istituzionale, richiederebbe diversi approfondimenti, sui quali è possibile reperire, in lingua italiana e non, un’ampia bibliografia.

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Senza aver pretese di completezza, oggi approfondiamo i seguenti aspetti:

  • storia delle crisi di Governo in Italia: una realtà extraparlamentare
  • perché Conte non si è (ancora?) dimesso?
  • i possibili esiti
  • i poteri dell’esecutivo durante una crisi.

Come abbiamo detto, probabilmente potrebbero considerarsi anche altri aspetti, ma li rimandiamo a successivi, eventuali articoli sul tema.

Crisi di Governo in Italia tra storia e Costituzione. Una realtà extraparlamentare

Secondo la disciplina costituzionale della materia adottata nei diversi ordinamenti, una crisi di Governo può essere parlamentare o extraparlamentare.

Alcuni ordinamenti prevedono che debba essere il parlamento, con una mozione di sfiducia votata con un determinato quorum, a porre fine ad un esecutivo.

In alcuni casi, l’ordinamento costituzionale richiede addirittura una sfiducia costruttiva, che si verifica quando sussiste già una maggioranza pronta a votare la fiducia ad un nuovo esecutivo, come alternativa a quello che si fa venir meno.

Il nostro ordinamento non è di questo tipo

Se così fosse, probabilmente quasi mai ci sarebbero state crisi di Governo, perché quando, in Italia, uno o più partiti hanno deciso di svincolarsi dalla precedente maggioranza, non avevano ancora fatto accordi per un diverso esecutivo, né per una maggioranza alternativa.

Né, comunque, la cosa sarebbe agevole, in base a quelli che sono solitamente i numeri per fare una maggioranza ed alla dispersione dei seggi tra diversi partiti.

La realtà italiana non è neppure caratterizzata dalle cosiddette crisi parlamentari, che si verificano sulla base di una mozione di sfiducia votata da una maggioranza di parlamentari.

Tipica situazione italiana è, invece, la cosiddetta crisi extraparlamentare

Alcuni membri del Governo si dimettono, il che significa che l’esecutivo non gode più della fiducia di tutta la precedente maggioranza.

Venendo meno la fiducia, ecco che il Governo non è più nel pieno dei suoi poteri.

Diverso sarebbe stato se espressamente la Costituzione avesse disciplinato certi passaggi istituzionali. Passaggi che invece sono affidati a quella che si definisce Costituzione materiale, fatta di usi e prassi consolidate nel tempo.

Ad esempio, proprio in situazioni come quella in corso, la Costituzione avrebbe potuto prevedere che se uno o più membri del Governo si dimettono, questo comporti crisi di Governo.

Invece nulla la Costituzione dice al riguardo. La prassi sarebbe però che il Presidente del Consiglio si dimetta, quanto meno quando i membri dimissionari non appartengono al suo stesso partito.

In questo secondo caso, come abbiamo già visto in altro articolo, si è ritenuto in un’occasione, di sostituirli con altri ministri dello stesso partito, la DC, senza dimissioni del Presidente del Consiglio, che era Giulio Andreotti.

Ma perché Conte, quindi, non si è (ancora?) dimesso?

Per la quasi totalità di analisti e di costituzionalisti, ma anche secondo diversi politici, è del tutto evidente che il Governo è entrato in crisi.

La prova più evidente sarebbe infatti anche fornita dalla circostanza che, se si votasse in parlamento oggi la fiducia, venendo meno i voti dei parlamentari di Italia Viva, il Governo non otterrebbe la maggioranza.

Non è un caso che dall’opposizione si sia alzata chiara e forte la richiesta che Conte venga in parlamento a fornire comunicazioni sulla situazione in corso, e soprattutto rispondendo, infatti, al perché delle mancate dimissioni.

Ovviamente non possiamo sapere nel momento in cui scriviamo, cosa Conte, che oggi già dovrebbe renderle, dichiarerà.

Con ogni probabilità farà riferimento al fatto, pur sempre possibile, che a suo avviso, tra le interpretazioni costituzionali, vi è anche quella che considera possibile una riappacificazione dopo le dimissioni, qualora un mancato voto di fiducia, non approvato, o una mozione di sfiducia, non siano ancora intervenuti.

Crisi di Governo tra storia e Costituzione. Le consultazioni con il Capo dello Stato

Del resto, Conte è salito al Quirinale per consultazioni con il Capo dello Stato, che comunque, pur non potendo intervenire nel merito delle decisioni politiche, resta arbitro dei passaggi istituzionali da seguire durante le crisi di Governo, quale garante della Costituzione.

Tale tesi, sopra esposta, che motiverebbe le mancate dimissioni, sta già circolando tra costituzionalisti ed osservatori politici.

Personalmente, se fosse questo il ragionamento di Conte, lo boccerei senza appello.

Non perché, in quanto tale, sia da escludere a priori. E del resto, in assenza di norme specifiche, formulate per dettare una precisa disciplina, la prassi costituzionale si apre a diversi scenari, come di consueto.

Ma perché è lo stesso Conte che, tramite suoi portavoce, ha già rilasciato alcune dichiarazioni che sarebbero palesemente contraddittorie ed incompatibili con una tale tesi.

Infatti, prima del ritiro della delegazione di Italia Viva dal Governo, era stato comunicato che se questo si fosse verificato, il Presidente del Consiglio non avrebbe tentato di riformare una maggioranza comprensiva anche di Italia Viva.

Questo cosa significa?

Intanto che, evidentemente, il ritiro della delegazione di un partito viene interpretato con l’effetto di comportare la caduta del Governo.

Se infatti si dichiara che non si intende ricostruire la stessa maggioranza, questo significa che si considera quella precedente venuta meno. Il che significa che è caduto il Governo.

E sarebbe quindi contraddittorio non dimettersi, ma considerare al contempo venuta meno la maggioranza.

Inoltre, per esplicita ammissione, si dichiara che si intende dar vita, eventualmente, ad un tentativo di formare una diversa maggioranza.

Ma, cambiando maggioranza, cambia anche la struttura politica del Governo.

Il che, a sua volta, implica che se il tentativo riesce, ci troveremmo di fronte ad un nuovo Governo, il Conte ter, non certo alla prosecuzione del Conte bis.

Immagino che nel dibattito che seguirà alle dichiarazioni, queste ed altre analoghe riflessioni vengano portate all’attenzione dei presenti e dell’opinione pubblica. In tal caso, vedremo quale sarà la replica del Presidente del Consiglio, che immagino dovrebbe seguire alle dichiarazioni dei parlamentari.

A mio modesto avviso, Conte farebbe meglio a salire al Colle, cioè al Quirinale, per dimettersi nelle mani del Capo dello Stato, prima delle sue dichiarazioni parlamentari.

L’efficienza del Governo

Direi che non ha certo brillato questo Governo, in termini di efficacia e di efficienza.

Almeno il Presidente del Consiglio potrebbe difendere la sua immagine di uomo di Stato e delle istituzioni. Immagine difficile da difendere, quando si tenta di piegare la prassi costituzionale alle convenienze di parte.

Peraltro un altro boomerang che Conte potrebbe subire, è quello di farsi sfiduciare dal parlamento.

Potrebbe cercare in aula, come si usa dire, la sua maggioranza, che a quanto pare non riesce a ricomporsi tramite il voto di parlamentari sostitutivi. Ma così facendo rischia di non ottenere la fiducia. O, se il dibattito parlamentare condurrà poi a una mozione di sfiducia, richiesta magari dalla opposizione tradizionale del centro destra, di essere palesemente sfiduciato.

Ed essere sfiduciato in aula, certo non è una bella cosa.

Crisi di Governo tra storia e Costituzione. I possibili esiti

Un possibile esito sarebbe appunto quello sopra descritto.

Ricevere un nuovo voto di fiducia, in questo caso grazie al voto di parlamentari sostitutivi dei voti di Italia Viva. Ma abbiamo visto che, almeno stando alle ultime indiscrezioni, questi voti non paiono esserci.

Se comunque ci fossero, in base ai motivi costituzionali sopra considerati, si dovrebbe dar vita ad un nuovo esecutivo, il Conte ter.

Tramontata, a quanto pare, questa ipotesi, l’alternativa sarebbe quella di un Governo con una diversa maggioranza.

Non più, quindi, un Conte ter, ma ad esempio un esecutivo di centrodestra.

Come sappiamo il centrodestra da solo non ha però voti sufficienti per ottenere la fiducia, e dovrebbe basarsi su una estensione del perimetro di maggioranza.

Taluni hanno ipotizzato un voto con appoggio di Italia Viva, ma Renzi ha escluso tale ipotesi nella conferenza stampa, in cui annunciava il ritiro della delegazione governativa.

L’ipotesi residua riconduce ad un esecutivo cosiddetto istituzionale, o quanto meno presieduto da una personalità super partes.

Probabilmente candidati preferenziali sarebbero Draghi, già interpellato e sondato su una tale ipotesi, e Cottarelli.

Quest’ultimo era peraltro già stato incaricato, senza successo, di tentare la formazione di un esecutivo.

Entrambi questi esecutivi avrebbero una chiara impostazione europeista, e sarebbero favorevoli al MES.

Difficilmente, però, potrebbero passare, a meno di un cambio di impostazione programmatica dei pentastellati, che cambiassero opinione su quello che, però, sinora è stato un loro punto fermo, cioè proprio la contrarietà al MES.

Resta quindi aperto uno scenario di nuove elezioni.

Poteri del Governo durante una crisi

A proposito di crisi di Governo tra storia e Costituzione, in tali periodi il Governo ha solo poteri di ordinaria amministrazione.

È quindi difficile poter ipotizzare decisioni su questioni rilevanti, come un cambio delle misure restrittive, o altro analogo argomento.

Occorre anche dire, però, che non tutti sono concordi nell’indicare una precisa definizione giuridica di tale questione.

A me pare, tuttavia, che provvedimenti che incidono così a fondo sulle fondamentali libertà costituzionali, ben difficilmente possano essere considerati ordinaria amministrazione.

A cura di Gian Piero Turletti, autore di “Magic Box” e “PLT

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