Come le aziende controllano lo smart working

Chiunque pensi che la modalità smart working si traduca in minore impegno lavorativo, commette un errore. L’azienda controlla tutti i passaggi che i lavoratori compiono nello svolgimento del proprio lavoro: gli orari di permanenza sulle piattaforme in uso e le modalità di esecuzione del proprio operato. Insomma, il lavoro da casa, se presenta alcuni vantaggi sugli spostamenti e sull’organizzazione, non offre certo sconti per quanto riguarda la mole di lavoro da affrontare.

L’operatività controllata anche a distanza

Quello che il coronavirus ha imposto come un obbligo, sta diventando per molte aziende la nuova sfera delle attività lavorative: lo smart working rivoluziona i campi di azione e le modalità attraverso cui si raggiungono gli obiettivi aziendali. La distanza fisica del dipendente dalla sede operativa, ad oggi, non rappresenta affatto un ostacolo sul controllo dell’efficenza e della produttività. Al contrario, lo smart working utilizza sistemi di controllo efficacissimi e a prova di fannullone.

Cosa sono time sheet e calendario condiviso

Uno degli interrogativi che molti si pongono a proposito di questa nuova modalità riguarda il calcolo delle ore lavorate: come è possibile conteggiare eventuali mancanze o straordinari? A risoluzione del problema, nascono software di time sheet pensati ad hoc. Come le aziende controllano lo smart working con il time sheet? Attraverso questo sistema, è possibile registrare: data, orario, identità, attività svolta e la destinazione dell’attività.

Un altro strumento che viene spesso utilizzato per la condivisione del lavoro e il controllo dell’operato è un calendario condiviso. In questo modo, il lavoratore ha un chiaro programma degli eventuali incontri aziendali e delle date di scadenza di consegna di un lavoro. Insomma, anche da casa non sarà possibile dimenticare gli appuntamenti fissati.

Attenzione ai confini tra vita privata e lavoro

Come le aziende controllano lo smart working? E, soprattutto, qual è la linea di confine tra il corretto controllo e la violazione della privacy? Lo smart working ha sollevato alcune riflessioni circa la legittimità di alcuni controlli o verifiche operate dalla dirigenza. Va ricordato, che qualsiasi siano gli strumenti di controllo dell’attività operati, questi vanno accuratamente segnalati al lavoratore. Come afferma l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, l’utilizzo di sistemi di sorveglianza è soggetto a: una sottoscritta autorizzazione siglata da accordo sindacale e autorizzata dall’Ispettorato del lavoro.

Ad ogni modo, va ricordato che l’azienda ha il diritto-dovere di controllare l’operato del proprio dipendente, non certo il suo computer personale né i suoi spostamenti. Questo vuol dire che ciò che può essere controllato deve strettamente riguardare il piano lavorativo. Allo stesso modo, è impegno del lavoratore non diffondere dati o strumenti che l’azienda gli ha fornito per poter svolgere il suo operato.

È sempre preferibile fare chiarezza su questi punti quando si lavora in modalità smart working e da remoto. Una inefficace comunicazione, potrebbe generare situazioni lavorative poco gradevoli. Al contrario, se gestito con attenzione, lo smart working porta a maggiore produttività.

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