C’è da preoccuparsi per questo aumento dei prezzi alla produzione?

Alcuni dati pubblicati giovedì scorso, hanno mostrato come in Germania i prezzi alla produzione siano aumentati del +5,2% su base annuale in aprile, l’aumento più alto registrato in quasi un decennio. L’aumento è stato causato da aumenti a doppia cifra dei prezzi di alcune commodities fondamentali per l’industria manifatturiera: metalli, legno e energia, mentre gli alimentari hanno registrato prezzi più bassi.

L’indagine sull’andamento dei prezzi degli input manifatturieri nell’Unione Europea è stata condotta dalla società inglese IHS Markit presso i responsabili degli acquisti, i quali hanno dichiarato di aver osservato un aumento dei prezzi alla produzione occorso al ritmo più veloce da quando sono iniziate le indagini, ovvero nel 2002. Addirittura, i costruttori, i produttori di automobili e i produttori di materiali di base hanno registrato l’aumento più elevato nei prezzi degli input da quando la serie di dati è iniziata nel 1992. Una crescita record dei prezzi è stata registrata anche dai produttori di macchinari e attrezzature.

Diverso è stavo, invece, l’andamento dei prezzi nel settore dei servizi.

Anche questo ha registrato un aumento dei prezzi degli input, ma ad un ritmo molto più lento rispetto al settore manifatturiero e senza comportare effetti sui prezzi di produzione. Anzi, alcuni settori tra quelli più colpiti dalla crisi pandemica, come i servizi ai consumatori, hanno segnalato addirittura un calo dei prezzi alla produzione, in particolare nel turismo e nelle attività ricreative.

C’è da preoccuparsi per questo aumento dei prezzi alla produzione?

Questi si scaricheranno, alla fine, sui prezzi praticati ai consumatori e, quindi, sull’indice dei prezzi al consumo, che rappresenta il principale benchmark di riferimento per misurare l’inflazione?

Secondo il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane ha detto che l’aumento dei prezzi alla produzione è stato causato principalmente da “un’inversione di ciò che abbiamo visto l’anno scorso” in quanto il forte calo dei prezzi del petrolio quando la pandemia ha colpito nella primavera del 2020 è ormai alle spalle.

Lane non ritiene tuttavia che i colli di bottiglia che si sono osservati a vari stadi della supply chain, restrizioni che hanno lasciato i produttori alle prese con carenze di materie prime e forti aumenti di prezzo, possano essere un problema a cui prestare attenzione, poiché per l’economista ritiene che l’offerta saprà reagire a breve a queste inefficienze. Di più: Lane ha sostenuto addirittura che c’è “una connessione quasi nulla tra eventuali picchi di prezzi sulla riapertura dell’economia mondiale e ciò che va nel trend dell’inflazione”, poiché due terzi dell’indice d’inflazione in Europa e negli Stati Uniti si basano sui prezzi dei servizi, non sulla produzione.

“Quando si pensa a ciò che va nell’inflazione dei servizi, è fondamentalmente il mercato del lavoro, e sia negli Stati Uniti che in Europa il mercato del lavoro non è affatto vicino e non c’è alcuna prospettiva di un rimbalzo super-rapido”, ha concluso Lane.

C’è da preoccuparsi per questo aumento dei prezzi alla produzione? Come ha commentato il capo economista della Banca Centrale Europea

La posizione di Lane potrebbe tuttavia scontrarsi contro due fattori in grado ai aumentare i prezzi dei fattori produttivi nel lungo periodo. Il primo di questi è la possibile debolezza del dollaro. Come è noto, per un mero effetto meccanico, un dollaro debole produce un aumento dei prezzi delle materie prime, dal momento che queste sono quasi sempre prezzate in dollari, e che quindi un produttore ha bisogno di aggiustare i prezzi verso l’alto per compensare i costi di produzione più alti effettuati in valuta locale.

Per quanto riguarda gli effetti sul lato della domanda, invece, un dollaro deprezzato significa che, a parità di altre condizioni, le materie prime diventano più economiche per una nazione importatrice, facendo aumentare la domanda di quelle.

Secondariamente, un mercato completamente nuovo per i metalli come il cobalto, il litio o il solfato di nichel utilizzati nelle batterie ad alte prestazioni sta emergendo come necessità per sostenere la transizione “green” verso i veicoli elettrici (EV).

La riuscita della rivoluzione EV dipende dalla disponibilità di materie prime utilizzate nelle batterie, ma anche dai prodotti metallici tradizionali: ad esempio, l’alluminio è favorito per costruire veicoli di peso inferiore, e l’argento è ampiamente utilizzato negli impianti fotovoltaici. La rivoluzione dell’elettrificazione potrebbe generare di conseguenza una maggiore domanda di rame negli anni a venire. In sintesi, se questo scenario si avverasse davvero, non è escluso che un eccesso di domanda in questi mercati possa provocare una inflazione di lungo termine nell’economia mondiale, sconfessando una volta per tutte tutti coloro che sostengono che l’inflazione attuale è un fenomeno meramente transitorio.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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