Cambio euro dollaro: dove è diretto?

Da diverse settimane, il rapporto di cambio euro dollaro è scambiato all’interno del trading range 1,2000 – 1,2300, che è ritenuto da molti Forex trader un livello di equilibrio di breve e medio periodo. Molti investitori e analisti, in queste settimane, stanno tuttavia discutendo su una possibile svalutazione di lungo corso del biglietto verde nei confronti delle altre principali valute e, più in generale, se il dollaro possa mantenere il suo status di valuta riserva internazionale.

Alcuni autori, come ad esempio Stephen Roach del Financial Times – che lo scorso ottobre ha scritto un interessante articolo intitolato “La fine dell’esorbitante privilegio del dollaro” – sostengono che il crollo del risparmio interno netto dell’America e l’aumento del disavanzo delle partite correnti occorsi nell’ultimo anno abbia messo a serio rischio la (ritenuta) sopravvalutazione attuale del dollaro.

Dal momento che il deficit e il debito pubblico degli Stati Uniti si stanno accumulano ulteriormente e che il corrente squilibrio dei conti aumenterà, il rischio per il dollaro si intensifica. Questa la tesi.

Il debito federale degli Stati Uniti, tanto per dare un numero, ammonta attualmente alla cifra monstre di 27 trilioni di dollari, ed è previsto che aumenti ancora di più nei prossimi anni, nel caso le promesse di intervento espansivo nell’economia fatte nella campagna presidenziale dal vincitore Joe Biden dovessero essere rispettate e se i costi legati alla crisi dovessero aumentare. La domanda sorge quindi spontanea: esiste la possibilità che il debito federale degli Stati Uniti non venga ripagato? O che debba almeno essere ristrutturato? Quali effetti di queste due situazioni sul dollaro? E’ possibile una svalutazione di lungo periodo?

Cambio euro dollaro e debito pubblico

L’intero mondo occidentale, nel 2020, ha raggiunto livelli senza precedenti di debito pubblico, e i bilanci delle principali banche centrali sono stati notevolmente ampliati per effetto delle politiche monetarie ultra-espansive adottate per sostenere le economie, consistenti in un forte abbassamento dei tassi d’interesse e di aumento dell’offerta di moneta. La Federal Reserve non ha fatto eccezione a queste politiche e la forward guidance della banca centrale lascia intendere che tale stance debba permanere ancora per diverso tempo.

Per effetto di queste politiche monetarie, però, il differenziale del tasso d’interesse USA con quello degli altri paesi si è estremamente ridotto, e così il vantaggio di detenere attività denominate in dollari. Senza contare che la leadership statunitense in diverse importanti tecnologie digitali e green sembra essersi anch’essa ridotta, a vantaggio di Europa e Cina.

E senza contare che l’inflazione, tradizionale elemento che contribuisce a rendere sostenibile il debito in termini reali, non sembra voler crescere, come sperato dai banchieri centrali. Tutti elementi, questi, che forse non portano a pensare ad un imminente riduzione del peso del dollaro nel paniere internazionale, o a un default del debito americano, ma che certamente lascia intendere come il biglietto verde dovrà lottare per mantenere la sua leadership valutaria attuale.

Anche per Washington, il problema della sostenibilità del debito pubblico si comincia quindi a porre, non solo nell’agenda dei policy-maker ma anche in quella dei politici, che nel greenback vedono pur sempre un simbolo del loro potere.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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