Btp: conviene acquistarli, tenerli o venderli? Prontuario di analisi e prospettive per gli investitori

L’ articolo si propone di definire le prospettive dell’investimento in BTP.

Conviene  acquistarli, tenerli o venderli? 

Rispondiamo con analisi di tipo fondamentale.

Una prima, rilevante considerazione, riguarda il metodo con cui solitamente si calcola il valore di questi titoli, noto come attualizzazione dei flussi.

Infatti si tratta di sommare i diversi flussi, relativi ad incasso di cedole più capitale alla scadenza.

Se fossimo in situazione di inflazione pari a zero, il calcolo verrebbe fatto considerando il solo valore nominale dei flussi.

Considerando, invece, l’ipotesi di inflazione, si tratta di rapportare il valore dei flussi futuri a quello attuale, tramite la seguente formula:

V= fl/ (1+t) ^n, dove t rappresenta il tasso di inflazione, ed n l’anno a partire dal quale si ricevono le cedole e il capitale, per cui tra un anno avremo 1, poi il secondo anno 2, e via dicendo.

Ma facciamo un esempio concreto.

Ipotizziamo un titolo che restituisca capitale 100, e una cedola lorda del 10 per cento annuo, suddivisa in 2 cedole semestrali.

Ipotizziamo una scadenza biennale e di avere acquistato il titolo a 90.

Sulle plusvalenza tra prezzo di acquisto e prezzo di rimborso e sulle cedole viene applicata un’imposta del 12,5 per cento.

Ora, se prescindiamo dalla componente inflazione, possiamo applicare una semplice sommatoria di flussi al loro valore nominale, senza quindi applicare il procedimento di attualizzazione.

Avremo quindi:

100-90= 10, da cui ricaviamo l’imposta pari al 12,5 per cento, cioè 1,25.

Avremo quindi una restituzione del capitale pari a 100 meno 1,25, da cui 98,75.

Al valore del capitale aggiungiamo i flussi delle cedole, pari a 20, meno 12,5 per cento, da cui otteniamo 17,5.

Il totale deli flussi è quindi 116,25.

Ipotizziamo però di voler conoscere il valore attuale di questi flussi, dal momento che la restituzione del capitale e le varie cedole non vengono pagati ora, ma in tempi futuri.

Avremo, quindi, applicando la formula prevista, ed ipotizzando, ad esempio, un’inflazione media dell’1 per cento:

Fl=8,75/(1,01)+(98,75+8,75)/(1,01)^2

E quindi: 8,66+107,5/(1,0201)

E quindi: 114,04.

Tuttavia, considerando che siamo in ambito di bassa o nulla inflazione, e per semplificare i calcoli, possiamo accontentarci deli flusso nominale.

Sulla base di questa formula, possiamo quindi, intanto, calcolare la convenienza finanziaria nel vendere un titolo a prezzo di mercato, invece che aspettare la scadenza.

Riprendendo l’esempio sopra esaminato dei flussi nominali, calcoliamo quale prezzo pareggerebbe l’aspettare la scadenza naturale del titolo, incassando quindi cedole e capitale.

Ebbene, abbiamo visto che le cedole più il capitale sarebbero pari a 116,25.

E’ quindi evidente che questo sarebbe il prezzo, attorno al quale si potrebbe vendere, anche se per la precisione bisognerebbe incrementare questo prezzo di circa un 3,5 per cento.

Infatti, bisognerebbe considerare anche la tassa sul capital gain legato alla differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita, e ipotizzando, come abbiamo detto, l’acquisto a 90, avremmo:  12,5 per cento di 116,25-90, cioè 3,28, che sottratto a 116,25 porta a 112,96.

Se invece il prezzo fosse di circa il 3,5 per cento più elevato, sarebbe 120,31, e al netto dell’imposta del 12,5 per cento sulla differenza con il prezzo di acquisto, avremmo appunto 116,5.

Ora, semplifico comunque il tutto, e passo ai risultati della mia ricerca.

Analizzando btp su diverse scadenze, risulta che agli attuali prezzi, in genere quelli quotati oltre la parità, cioè oltre 100, darebbero luogo ad un incasso inferiore alla somma del capitale a scadenza più cedole.

Pertanto, in ottica puramente contabile, risulta che è conveniente agli attuali prezzi di mercato, continuare a detenere i titoli posseduti.

Ovviamente discorso completamente diverso per titoli che quotino sotto la parità.

E’ infatti evidente, ad esempio, che se un titolo quota 90, la vendita attuale comporterebbe un mancato incasso pari alle cedole più il capitale.

Discorso completamente diverso, invece, quello che si pone la questione connessa al rischi corsi dall’investitore.

E’ infatti evidente che i guadagni connessi al possesso di titoli, altro non sono che il corrispettivo per i rischi corsi dal detentore.

Rischi che possono ricondurre soprattutto a due situazioni: default emittente, rialzo dei tassi.

Nel primo caso, ovviamente si perdono capitale e cedole, mentre nel secondo caso, il titolo vira al ribasso in caso di incremento dei tassi e viceversa.

Sulla base di tali considerazioni, dobbiamo distinguere due situazioni, quella di un titolo, come il btp scadenza marzo 2047, e cedola lorda del 2,7 per cento, che quota ora attorno a 90, e titoli di altre scadenze più ravvicinate, che hanno quotazioni ben sopra i 100.

Conviene acquistarli, o tenerli?

Iniziamo a considerare i secondi.

Ovviamente le risposte dipendono molto dalla propensione al rischio di ognuno.

Come abbiamo detto i titoli sopra la pari ora quotano a prezzi, la cui vendita attuale comporta anche consisetnti minori guadagni, rispetto all’ipotesi di tenerli fino a scadenza.

Questi maggiori guadagni sono legati ai maggiori rischi corsi.

L’acquisto, personalmente, viene da me sconsigliato, perché comporta un ulteriore incremento di rischio.

Infatti, a differenza di chi sia già detentore del titolo, acquistato alla pari o sotto 100, chi acquista sopra, deve sperare che il titolo non si deprezzi, dal momento che alla scadenza avrà un rimborso solo al valore nominale.

Certo, il controvalore delle cedole potrebbe, almeno in parte, bilanciare eventuali perdite sul capitale, ma certo non è questa la logica con cui acquistare un btp.

E se invece si tratta di titoli, come la scadenza marzo 2047, sotto il nominale?

Per chi sia già detentore del titolo, ovviamente aspettare la scadenza comporta maggiori flussi, rispetto alla vendita attuale.

Facciamo un calcolo con i flussi nominali:

se si vende adesso ricaviamo circa 90.

Alla scadenza (ipotizzando di aver acquistato a 90):

capitale pari a 100-90= 10

da cui 10 per 12,5 per cento =1,25,

da cui capitale pari a 98,75.

I flussi cedolari sono pari a:

2,7, meno il 12,5 cento, da cui la cedola netta del 2,36,

quindi nei 30 anni alla scadenza, totale cedole pari a 70,8,

cui aggiungiamo il capitale, quindi 169,55.

Certo, una bella differenza, anche se comunque, considerando l’ipotesi a valori di maggior inflazione, il valore attuale di tale somma sarebbe decisamente inferiore.

Comunque, complessivamente, tale valore, suddiviso per 30 anni, equivale ad una media di rendimento pari a: 169,55 90= 79,55 + 70,8 = 150,35,

che diviso 30 porta a 5,011 annuo.

Certo, un rendimento non di poco conto, rapportato ai rendimenti attuali.

Tuttavia, un eventuale incremento di possibili rendimenti nel futuro, renderebbe il titolo tutt’altro che appetibile.

Proprio per questo motivo, andrebbe considerato un giusto premio per il rischio, rispetto a tale rendimento e quindi (ma si tratta di valutazioni personali) rispetto al rendimento del 5 per cento, riterrei giustificata una maggiorazione almeno del 3 per cento, quindi un totale dell’8 per cento.

Detenere un titolo di questo tipo, infatti, comporta rischi default, non facile previsione di scenari molto lontani nel tempo, rischio di ritorno a scenari inflazionisti non agevolmente prevedibili.

Sintetizzando: a mio avviso, nella fase attuale non conviene acquistare titoli di stato sopra il nominale, e neppure acquisti di titoli come la scadenza 2047.

Per i detentori di titoli sopra il nominale conviene in generale detenerli fino alla scadenza, a condizione di essere consapevoli di alcuni rischi e di volerli correre.

Chi preferisse venderli, otterrebbe, se acquistati alla pari o sotto la pari, margini di guadagno interessanti, anche se inferiori a guadagni futuri ottenuti mantenendoli.

I detentori di titoli della scadenza 2047 non sono, a mio avviso, sufficientemente rimunerati, e devono valutare, rispetto ai prezzi di acquisto, l’eventualità di vendere qualora i prezzi fossero a loro favore.

Il mantenimento del titolo fino alla scadenza conviene in termini nominali, ma a fronte di rischi legati a scenari non agevolmente prevedibili.

 

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