Benvenuti nell’era dei tassi d’interesse a zero o quasi su molte obbligazioni e titoli di Stato

I manuali di economia e finanza insegnano che l’interesse è il premio da pagare al creditore per la sua “gentile” concessione di danaro. È, cioè, il prezzo che un prenditore deve pagare per poter avere in prestito una somma di denaro di cui poi disporre.

Almeno in teoria, sembrerebbe tutto chiaro e semplice. Dato un tasso d’interesse di riferimento, da lì ne viene una certa domanda di credito, a seconda della sua convenienza.

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Tuttavia, in questo 2020, queste regole “ovvie” sembrano aver perso validità, almeno riguardo al mercato dei sovereign bond. Il riferimento è ai bond governativi che, entro una certa scadenza, offrono ormai rendimenti nulli o negativi proprio. È come se fosse  scritto a caratteri cubitali: “benvenuti nell’era dei tassi d’interesse a zero o quasi”. Su molte obbligazioni e titoli di Stato, fino ai cinque anni di scadenza, è questo lo scenario reggente. Ovviamente, stiamo parlando dei rendimenti netti.

Il trend dei tassi degli ultimi dodici anni

La situazione è fotografata abbastanza bene dal grafico sottostante. Esso è tratto dall’Audizione preliminare di ieri all’esame della manovra economica 2021-2023, presso le Commissioni riunite di Camera e Senato. Il grafico riporta i tassi lordi sia dei BOT (linea blu) che dei BTP decennali (linea rossa) degli ultimi dodici anni.

titoli di Stato

Da un’analisi dei trend si possono trarre almeno tre conclusioni:

a) dopo la fiammata di inizio decennio scorso, in piena emergenza sui debiti sovrani, le dinamiche sono state quasi sempre in discesa. Al punto da chiedersi se, e di quanto altro, potranno continuare in questa direzione;

b) specie con riferimento agli ultimi anni, i due trend sembrano avvicinarsi molto di più, rispetto a quanto non avveniva un decennio fa. Detta diversamente, nel 2010 aveva un certo senso scegliere se investire a un anno o a dieci anni. I rispettivi rendimenti erano differenti e divergenti e tutte le considerazioni del caso avevano i loro perché;

c) infine, si evince come, dal 2014/2015, sia andata aumentando la vita media residua del debito (dai 6,8 anni agli attuali 7,2). Di converso, i rendimenti siano andati progressivamente erodendosi. Eppure, all’aumentare della durata media dell’obbligazione, il suo rendimento dovrebbe aumentare, almeno in teoria.

Benvenuti nell’era dei tassi d’interesse a zero o quasi su molte obbligazioni e titoli di Stato

Non entriamo sui perché e sulle ragioni di tali trend, abbastanza risaputi e ricollegabili:

a) ai massicci programmi di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE, ormai da un decennio (QE e PEPP);

b) alla progressiva scomparsa dell’inflazione, specie in Italia in questo 2020 segnato dalla forte crisi economica.

A questo punto, ciò che maggiormente andrebbe riscoperto sarebbe il senso di termini quali rendimento, tempo e rischio.

Se andiamo in banca a chiedere un mutuo, ci applicano gli interessi, sin dal primo giorno dell’accredito della cifra. Perché, invece, per prestare noi i soldi a uno Stato dovremmo addirittura essere noi a pagare fino a certe scadenze?

Il tempo è un concetto sacro, soprattutto in agricoltura. Si pianta, si cura, si raccoglie. Sui titoli di Stato, con scadenze fino ai 4/5 anni circa, oggi vale invece un’altra regola. Si risparmia, si acquista, ci si rimette qualcosina. Senza alcun premio alla fine.

Infine il rischio. È vero che l’anno in corso è stato il peggiore in Borsa degli ultimi decenni. Ma è vero anche che non esiste (anche) solo la Borsa se si vuole attuare una sana strategia di diversificazione del patrimonio.

Ecco, dunque, in estrema sintesi illustrato perché sembra campeggiare nel regno dei bond sovrani un’insolita scritta: “benvenuti nell’era dei tassi d’interesse a zero o quasi su molte obbligazioni e titoli di Stato”.

Infine, in quest’altro articolo illustriamo quali BTP e titoli di Stato hanno erogato i maggiori rendimenti, nel decennio 2010-2020.

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