Anche lo scorso 31 dicembre i titolari dei Buoni fruttiferi postali hanno pagato quest’imposta

Ormai dal 2014 i titolari dei Buoni fruttiferi postali (BFP) hanno imparato a convivere con l‘imposta di bollo. Si tratta di un’imposta patrimoniale di piccola entità che colpisce la ricchezza, ossia il patrimonio detenuto appunto in questo modo.

A dire il vero essa non colpisce solo i BFP, ma il suo raggio d’applicazione è abbastanza vasto e variegato. Infatti a c/c, conti deposito, Libretti di Risparmio postale, etc, si applicano questi prelievi erariali alla fonte. Entriamo dunque nel vivo del discorso: anche lo scorso 31 dicembre i titolari dei Buoni fruttiferi postali hanno pagato quest’imposta.

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Cos’è l’imposta di bollo

L’imposta di bollo fu introdotta all’indomani delle dimissioni dell’ex-Presidente del Consiglio Berlusconi. L’Italia era in alto mare, le sue casse necessitavano disperatamente di liquidità immediata. Tra le tante misure adottate, a partire dal primo gennaio 2012 ci fu appunto anche tale imposta, introdotta dal D.L. n. 611 del 6/12/2011.

Essa è pari allo 0,20% del controvalore del Buono o dello strumento finanziario in questione. Il momento della sua applicazione precisa è quello della comunicazione della rendicontazione del deposito titoli di un risparmiatore.

Quindi, a partire dal 2018, questo avviene ad ogni trimestre. E il 31 dicembre scorso si è chiuso il quarto trimestre del 2020. L’imposta, infatti, è rapportata al periodo rendicontato di riferimento.

La soglia esentata e la modalità di calcolo

Anche per quest’imposta sussistono fasce di esenzione e, per legge, è fissata nei termini dei 5mila euro. Pertanto se si possiede un BFP per un controvalore inferiore ai cinquemila euro si è esentati. Tuttavia, la cifra-soglia considera i BFP cumulati. Per cui se si possiedono duemila euro investiti su tre diverse famiglie di Buoni differenti (2.000 euro X 3), si pagherà l’imposta di bollo. In questo caso limite l’alternativa potrebbe essere quella di intestare uno dei tre Buoni a un familiare, per esempio.

In tutti gli altri casi si andrà a moltiplicare per 0,20% per determinare il suo importo. Se ad esempio il signor Mario Rossi nel 2020 ne ha detenuti in portafoglio per 10mila euro, allora si farà: 10.000 euro X 0,002 = 20 euro. Dei quali, però, al 31/12 ne saranno stati addebitati solo 5, di euro, ossia solo la quarta rata.

Infine, l’imposta si paga per intero (ossia i 20 euro) solo se il BFP è stato posseduto per l’intero anno. Altrimenti si calcola anche in rapporto al tempo.

I vantaggi di questo titolo su cui anche lo scorso 31 dicembre i titolari dei Buoni fruttiferi postali hanno pagato quest’imposta

Ora, considerati anche i rendimenti attuali dei BFP ci si chiede se conviene o meno comperarli. Tutto dipende da quello che si cerca in termini di rendimento e dalla  propensione al rischio. Per chi ad esempio cerca un grado di protezione quasi integrale, questi titoli godono della garanzia dello Stato italiano.

Ancora, hanno il vantaggio di avere zero spese di acquisto, di gestione e rimborso. Altro elemento di favore è dato infine dalla fiscalità di vantaggio sugli interessi attivi. Su di essi, infatti, si paga (ma sarebbe quasi assurdo chiedere di più considerati i rendimenti tiratissimi) il 12,50%, come per i titoli di Stato. Mentre su molti altri strumenti finanziari, come le azioni per esempio, tale aliquota sale addirittura al 26%.

Ecco dunque illustrato perché anche lo scorso 31 dicembre i titolari dei Buoni fruttiferi postali hanno pagato quest’imposta. Infine, in quest’articolo illustriamo se rendono di più 10mila a 1 anno sui BFP o sui titoli di Stato.

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