3 milioni di italiani col reddito e pensione di cittadinanza e il grande rischio nascosto

Nelle ultime ore l’INPS ha aggiornato i dati relativi al novero dei percettori del reddito o pensione di cittadinanza per i primi otto mesi del 2020. Si tratta di saldi in crescita su entrambi i fronti, anche a due cifre su alcuni parametri. Illustriamo allora nel dettaglio il fenomeno dei 3 milioni di italiani col reddito e pensione di cittadinanza e il grande rischio nascosto.

I numeri INPS

Ad agosto, l’Istituto di Previdenza ha conteggiato 1,304 milioni di nuclei familiari percettori di una delle due misure (reddito e pensione). Un +23% rispetto agli inizi dell’anno, che vuol dire 3.081.000 italiani che vivono grazie a tale sussidio. Tra le due misure, è il reddito di cittadinanza a fare la parte del leone avendo la fetta più grossa di platea beneficiaria. Ossia 1,168 milioni di famiglie, con un incremento del 25% per quanto riguarda i nuclei familiari percettori, ed un +21% per quel che concerne i cittadini. Il reddito di cittadinanza pesa dunque nell’ordine del 89,6% del totale (cumulato) sussidiato.

Il novero di chi ha inoltrato la domanda è iniziato a salire a partire da marzo (+8,5% su febbraio 2020), ossia a partire dal lockdown. Da lì in poi il trend non ha conosciuto battute d’arresto, registrando un ulteriore +16% nel periodo aprile-giugno. Evidente e forte la correlazione tra crisi economica e perdita di lavoro e il ricorso alle due misure del Governo.

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La geografia dei percettori

Come nei precedenti studi, anche l’ultimo testimonia come il reddito di cittadinanza sia elargito in gran parte alle famiglie del sud Italia. Quasi il 21% del totale famiglie percettori si trovano in Campania, con la provincia di Napoli in testa, con più di 151 mila famiglie. Seguono la Sicilia (18,4%), poi Puglia e Lazio appaiate, con 108.000 nuclei familiari, ossia il 9,25% del totale a testa.

3 milioni di italiani col reddito e pensione di cittadinanza e il grande rischio nascosto

Nell’estate di due anni fa la misura venne sbandierata dall’allora Governo come “rivoluzionaria” per le sorti dell’economia nazionale. Ossia nel breve termine avrebbe garantito una risposta immediata per tutte le famiglie in forte stato di necessità. Nel medio-lungo, invece, sarebbe stata il volano per la ripresa endogena dell’economia, anche attraverso una fattiva ricerca del lavoro. In soldoni, avrebbe traghettato i percettori dallo stato di bisogno a quella di piena autonomia. È andata a finire proprio così?

Non proprio: la realtà parla di percentuali irrilevanti di chi ha trovato lavoro. Del resto se in tutta Italia il canale privilegiato per la ricerca del lavoro è il passaparola, allora questa circostanza lo è ancor più valida al Sud. Dove più forti sono appunto le reti di conoscenza sociale. La grande paura è allora che questa misura col tempo si trasformi integralmente in una misura assistenzialistica.

Ma è questo ciò che realmente fa il bene del Paese? Nel brevissimo, sì, perché sta aiutando milioni di famiglie a fronteggiare questi mesi difficili. Ma nella misura in cui le politiche del lavoro legate al RDC dovessero restare immutate, ossia largamente fallimentari, allora si potrebbe correre un grande rischio. Quello di legare il futuro di una macroarea del Paese, fatta di milioni di persone, alle sorti di questo o quel Governo di turno. O peggio ancora, fino alla sussistenza dei fondi (a debito, ovviamente) da cui attingere. E quindi legare il destino non allo spirito imprenditoriale delle genti del Sud ma a variabili essenzialmente esogene, al di fuori della propria volontà.

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