150 miliardi di euro e soldi per evitare la crisi, basteranno?

La notte  dopo il giudizio di Standard & Poor’s, che ha per un giro di boa ha deciso di lasciare tutto invariato, è già tempo di rimettersi al lavoro. Specie per il Governo, che ha di fronte numeri economici da guerra, un portafoglio vuoto e l’esigenza di fare quello per cui si è candidato: il bene del Paese. A giorni dovrebbe uscire la prossima manovra, ovvero 150 miliardi di euro e soldi per evitare la crisi, basteranno? Procediamo per step.

L’impietoso status quo

La situazione odierna i numeri la descrivono meglio di qualunque altro commento. Al 25 aprile si stima (fonte: Def, ieri) una calo del Pil 2020 pari all’8%, mentre faranno –12,3% gli investimenti, –5,7% i redditi, –7,2% i consumi. La situazione peggiore dal Dopoguerra ad oggi, l’ha definita il legislatore. A ragione. Al punto che – paradosso – forse il male minore sarà proprio quell’inevitabile esplosione del debito pubblico che da qui al 29 o 30 aprile sarà ufficiale.

La manovra

Come anticipato, la settimana prossima il Governo approverà il tanto atteso decreto Aprile da €150 miliardi. Ai quali si sommeranno altri €100 miliardi per rifinanziare la Cassa Depositi e Prestiti e le garanzie necessarie da offrire alle banche nei loro presiti alle imprese. Uno tsunami di soldi. Fatti a debito, ma con l’intento (meglio: l’imperativo) di far ripartire il Paese. C’è poi addirittura chi nel Governo si spingerebbe oltre le Colonne d’Ercole già superate (tradotto: fare altro debito). Ieri ad esempio tra il ministro Gualtieri e la sua vice, Laura Castelli, si “dibatteva” se non fosse questo il momento giusto (offerto dal congelamento del Patto di Stabilità) per eliminare per sempre alcuni cappi al collo. Tipo quella legata agli aumenti Iva delle cosiddette clausole di salvaguardia.

“Debito per tamponare” o “debito per rilanciare”?

Aldilà del singolo aspetto sulle clausole (che sull’insieme del debito poi non stravolgerebbero la sostanza più di tanto) la vera domanda di fondo è un’altra. Stiamo per ripetere gli errori dei decenni passati, cioè del fare “debiti per tamponare” e ciao a tutti, o li si sta programmando per far riacquistare al Paese quella Dignità smarrita? Ovvero: si vuole davvero una volte per tutte togliere sotto ai piedi del mercato il fatto per cui esso colpisce sempre l’”anello debole” dell’UE? Il discorso è che indebitarsi in linea di principio non è la fine del mondo; lo è quando è sterile, ossia brucia risorse (soldi) e non ottiene nulla in cambio per la collettività. Un esempio: un decennio fa nel gruppo dei Piigs c’era anche l’Irlanda (era una delle due “i”; fate voi). Poi ha studiato e fatto per bene i compiti a casa, e da quell’acronimo è uscita fuori. Domanda: se loro sì, possiamo fare altrettanto anche noi?  È tutto qui.

Parole d’ordine: far esplodere il Pil e demolire per sempre lo spread

Le risposte alle domande di cui sopra sono ovviamente affermative. E perché a noi non riescono allora? Semplice: per rilanciare un’economia ci vogliono programmi decennali e fatti coi fiocchi. La Germania del post riunificazione (parti Est ed Ovest); investì e sudò 1/2 decenni e sono giunti a “comandare” l’Europa. Dall’altro lato i mandati elettorali durano molto meno; in Italia per esempio siamo già alla 2° maggioranza al Governo in una sola legislatura. Addio.

Cosa servirebbe all’Italia, 150 miliardi di euro e soldi per evitare la crisi, basteranno? Aldilà delle cifre (di esclusiva pertinenza legislativa) occorre generare circoli virtuosi. Ossia? Implementare tassi di sviluppo del Paese che siano superiori ai tassi d’interesse sui bond. Spieghiamolo a numeri: se il paese Alfa nel tempo X s’indebita per 10 anni a un tasso d’interesse fisso pari all’1% e innesca un percorso di crescita costante del Pil pari al 3% per tutti quei 10, benvenga il debito. Perché le entrate tributarie sarebbero tante e tali da “mangiarsi” quel debito nel corso del tempo.

(Ricordiamo di leggere attentamente le avvertenze riguardo al presente articolo, consultabili qui»)

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